Una sala parrocchiale, sedie pieghevoli, fazzolettoni al collo. Volti giovani e adulti che si conoscono da anni, eppure stanno per ascoltare qualcosa di nuovo. Non un proclama, ma una scelta concreta che tocca la vita dei gruppi, i campi estivi, le riunioni in sede. Un passo che suona familiare e insieme rivoluzionario.
Nei gruppi italiani di guide e scout cattolici si respira aria di cambiamento. Da tempo, nelle Comunità capi (Co.Ca.), arrivavano domande semplici e dirette: come gestiamo una richiesta di disponibilità educatica di una persona che si definisce LGBTQ+? Quali parole usare con i ragazzi e le ragazze? Come restare fedeli al Vangelo senza trasformare la fede in un recinto?
Il punto di svolta arriva con un nuovo documento di Agesci, dedicato a identità di genere e orientamento sessuale e affettivo. Il testo, approvato dagli organi nazionali dell’associazione, chiarisce un principio essenziale: l’orientamento sessuale non è un criterio per escludere chi desidera servire come educatore. È una scelta che parla di accoglienza e responsabilità, non di bandiere. E che si inserisce in una storia associativa fatta di discernimento, regole chiare e verifiche serie sul campo.
Non si aboliscono i requisiti educativi. Restano gli stessi cardini: capacità relazionale, equilibrio personale, testimonianza coerente, formazione continua. La novità è che l’identità affettiva non diventa più un filtro preventivo. Conta come vivi il tuo servizio, non l’etichetta che porti addosso. In un’associazione che riunisce circa 180 mila persone tra capi e ragazzi, questa messa a fuoco ha un peso concreto: evita prassi difformi tra gruppi, riduce le zone grigie e offre ai consigli di gruppo un quadro condiviso, nel rispetto della Chiesa cattolica e della missione educativa.
Un esempio pratico. Una branca E/G deve scegliere il nuovo aiuto capo. La Co.Ca. valuta disponibilità, cammino di fede, esperienza, attitudine a lavorare in staff. Con il nuovo orientamento, non si ferma davanti a una dichiarazione di omosessualità o a un percorso di transizione. Si guarda alla persona nella sua interezza, ai confini chiari del mandato educativo, alle energie che porta per il bene dei ragazzi.
Il cambiamento non è solo normativo. Parla alle famiglie. Dice ai genitori che i figli e le figlie troveranno capi formati, supervisionati, capaci di educare nel pluralismo di oggi senza perdere la bussola. Dice ai ragazzi che c’è spazio per tutti, con responsabilità e limiti chiari. E parla anche alle parrocchie: l’inclusione non è un cedimento, è la forma concreta della cura.
Restano, è ovvio, nodi da sciogliere. Alcuni dettagli operativi saranno chiariti man mano che il documento verrà recepito nei territori: percorsi formativi, linguaggi comuni, strumenti per affrontare casi delicati. È il normale lavoro di un’associazione grande, abituata a verificare e correggere la rotta.
Non è la prima volta che lo scoutismo apre strade nuove. In altri Paesi, movimenti analoghi hanno già scelto la via dell’accesso ai ruoli educativi senza discriminazioni. Qui, la particolarità è il radicamento cattolico: la scelta si inserisce in una tradizione viva, non in un laboratorio astratto. Chi è stato in cambusa alle tre del mattino, o ha camminato in salita sotto la pioggia, lo sa: educare è accompagnare, non selezionare per paura.
Forse allora l’immagine giusta è questa: un fuoco di bivacco che fa cerchio più largo. Non brucia di meno, illumina di più. La domanda per tutti, capi e genitori, credenti e curiosi, è semplice: siamo pronti a scaldarci insieme, senza misurare chi ha diritto a stare più vicino alla fiamma?