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Categorie: Investimenti e Finanza

Polemica sulle 80 ore di lavoro settimanali del CEO di On, Caspar Coppetti: Psicologi allertano sui rischi di depressione e burnout

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In un Paese che misura il tempo con precisione, scoppia un dibattito che divide: si può celebrare chi dice di lavorare “sempre”, mentre crescono i segnali di stanchezza collettiva? L’immagine è brillante, la domanda è scomoda. E riguarda tutti noi.

In Svizzera il lavoro ha un ritmo chiaro. L’orario settimanale medio resta tra 41 e 45 ore. La legge fissa tetti a 45 o 50 a seconda del settore. Regole chiare, riposo garantito, produttività alta. Poi, all’improvviso, arriva un’altra narrazione. Il Ceo e co-fondatore di On racconta di lavorare fino a 80 ore. Dodici ore al giorno. Sette giorni su sette. La frase incendia il feed. E spezza il metronomo.

On è un marchio simbolo della nuova Svizzera sportiva. È quotata a New York. Corre forte. Ha ambassador illustri. Racconta crescita e ambizione. È la storia che piace: design, tecnologia, velocità. Di fronte a questo, un pezzo di pubblico applaude. Vede disciplina, spirito di sacrificio, “pelle in gioco”. Un altro pezzo, però, si irrigidisce. Perché c’è un confine invisibile, e spesso lo si vede solo quando lo si è già superato.

Qui entra la voce dei professionisti della salute mentale. Gli psicologi usano parole semplici: il rischio di burnout aumenta con orari prolungati. Non è un’opinione. È ciò che emerge da ricerche su larga scala. Lavorare stabilmente oltre le 55 ore è associato a più problemi d’umore, più ansia, più ricadute sulla famiglia. Un rapporto congiunto di organismi sanitari internazionali ha legato i carichi eccessivi anche a maggiori rischi cardiovascolari. Non è spettacolare. È misurabile.

Non sappiamo la distribuzione effettiva delle ore dichiarate dal manager. Potrebbero essere picchi, non una normalità. Quel che è certo è l’effetto emulazione: quando un leader promuove la resistenza come valore, molti si sentono in dovere di restare online oltre misura. È lì che la retorica diventa standard. E dove la storia personale diventa pressione collettiva.

Rischi concreti: depressione, errori, sonno fragile

Il corpo non fa sconti. Con 80 ore a settimana, il sonno scende. L’attenzione cala. Gli errori aumentano. La memoria breve si sfilaccia. Il cortisolo resta alto. La depressione trova terreno quando mancano recupero, relazioni e luce naturale. Anche la produttività ne risente: studi su imprese e uffici mostrano che dopo la cinquantesima ora la resa oraria crolla. Oltre le 55, l’extra spesso vale quasi zero. L’Europa ha un tetto di 48 ore medie per proteggere i lavoratori. La Svizzera, pur autonoma, impone limiti chiari e straordinari compensati. Non per burocrazia. Per salute pubblica.

Esempio concreto. Un dirigente dorme 5-6 ore per settimane. Guida decisioni con budget alti. Basta un calo di vigilanza per sbagliare una priorità, perdere un fornitore, bruciare un team. La riparazione costa più dell’ora “guadagnata”.

Leadership senza culto della fatica

C’è un modo diverso di guidare. Sprint brevi, recupero serio, delega vera. Settimane intense, poi ricalibrare. Pausa come strumento di prestazione, non premio finale. Le aziende che reggono nel tempo bilanciano carico e margine. Investono in psicologia del lavoro. Misurano il tempo e l’energia, non solo le ore.

Non è una crociata contro gli ambiziosi. È un invito a separare l’eroismo dall’operato. La cultura del lavoro non ha bisogno di miti d’acciaio. Ha bisogno di leader che diano l’esempio sul diritto al riposo. Che normalizzino ferie, notti intere, weekend veri. Che chiamino “successo” anche una squadra che sta bene.

In fondo, On nasce dalle scarpe. E una scarpa performa finché l’intersuola assorbe l’impatto. Senza recupero, anche la migliore si sfalda. Vale per gli atleti. Vale per i manager. Vale per noi: che idea di vittoria ci basta, se per ottenerla smettiamo di sentirci vivi?

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