Tragedia in Australia: Uomo ucciso da uno squalo gigante durante una sessione di pesca subacquea

Un’isola bassa all’orizzonte, l’acqua fredda che punge la pelle, il silenzio spezzato solo dal respiro nel boccaglio: una mattina qualunque, finché il mare non decide altrimenti. A Michaelmas Island, lungo la costa meridionale dell’Australia, un’uscita di pesca è diventata tragedia. E chi conosce quel tratto di oceano sa che certe notizie arrivano come onde lunghe: in ritardo, ma inesorabili.

C’è chi a quelle rocce ci va per cercare pace. C’è chi ci va per la sfida. La pesca subacquea in Western Australia è un rito, una palestra, un modo di leggere l’oceano a occhi aperti. L’acqua, lì, cambia umore in un attimo. Da vetro limpido a tavolozza lattiginosa. Bastano corrente e luce a scompigliare i piani.

I sub esperti lo ripetono: il mare non firma contratti. Ti dà giorni da ricordare e, a volte, ti presenta il conto. A metà mattina, secondo quanto ricostruito finora, un gruppo era in acqua a sud di Perth, nei pressi di Michaelmas Island. La visibilità pareva discreta. Le condizioni, tipiche di inizio stagione: fondo fresco, corrente moderata. Nessun allarme particolare.

Poi, l’impatto. Un squalo di grandi dimensioni ha colpito un uomo impegnato in apnea. I compagni lo hanno recuperato e portato a riva in barca. Purtroppo, non c’è stato nulla da fare. Le autorità stanno verificando i dettagli essenziali: distanza dalla costa, tempi dei soccorsi, specie coinvolta. In quell’area circolano sia squali bianchi sia squali tigre, ma al momento non c’è conferma ufficiale su quale predatore abbia attaccato. L’informazione resta incompleta, e conviene restare ai fatti.

Inquadrare il rischio aiuta. Nel mondo, gli attacchi di squalo non provocati si aggirano attorno alle 70 segnalazioni l’anno, con meno di una dozzina di casi mortali. L’Australia è tra i Paesi con più incontri, dopo gli Stati Uniti, anche perché qui l’uso dell’oceano è quotidiano. La pesca in apnea, in particolare, aumenta l’attenzione dei predatori: pesci feriti, sangue e vibrazioni creano un’attrazione potente. La maggior parte delle uscite finisce bene. Ma basta un attimo.

La comunità locale lo sa. Sulle rampe dei porticcioli, le storie girano. C’è chi racconta il “colpo” dato da un’ombra, la pinna che rimane lontana, il tranciare di una preda appesa alla sagola. E c’è anche l’altra faccia: kit emostatici sempre più diffusi, corsi di primo intervento, app che mappano gli avvistamenti in tempo reale. Nessuno strumento è risolutivo. Tutti, insieme, riducono la vulnerabilità.

Perché gli squali si avvicinano alla costa

Prede stagionali vicino a scogli e spiagge. Acqua torbida dopo mareggiate: i contrasti si confondono. Rumore e odori legati alla pesca (anche sportiva). Curiosità del predatore, che spesso esplora con un “morso di prova”.

Sono dinamiche note ai biologi marini e coerenti con le osservazioni sul campo. Non servono fantasie: serve ricordare che siamo ospiti.

Sicurezza in mare: buone pratiche per i sub

Uscire sempre in coppia e restare a distanza visiva. Tenere il pescato su un galleggiante lontano dal corpo. Evitare l’alba e il tramonto, specie con acqua torbida. Limitare gli spari “a vuoto” e i richiami sonori. Valutare dispositivi elettronici deterrenti, sapendo che non sono infallibili. Conoscere le vie di fuga e il punto di recupero più vicino.

Questa volta il mare non ha concesso margine. Rimane l’immagine di una barca che rientra piano, di remi che non fanno rumore, di sguardi che non cercano parole. L’oceano non è un nemico, ma nemmeno un parco giochi. Forse la domanda da portare a casa è semplice e dura: quanto rispetto siamo disposti a praticare, non solo a proclamare, quando oltrepassiamo la linea di frangente?

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