Un maestro che torna da Cannes con lo sguardo ancora acceso, la memoria piena di duelli interiori e una promessa nell’aria: Park Chan Wook riprende la strada, tra la sua antica rabbia e la preoccupazione di oggi, con l’idea di un Western che guarda dritto a Sergio Leone.
«Sono arrivato da Cannes. Vi chiedo un po’ di comprensione perché sono ancora un po’ disorientato». L’immagine è semplice. Un autore che si toglie il cappotto, respira, e si siede davanti a un pubblico. Con Park Chan Wook succede spesso così: lui parla piano, ma le storie urlano.
Ricordo la prima volta che ho visto Oldboy. Sala mezza vuota. Il martello. Il corridoio. Nessun compiacimento, solo geometria feroce. Nel 2004 quel film ha vinto il Grand Prix a Cannes. Da lì la fama del maestro del cinema sudcoreano è diventata solida. Non per i colpi di scena. Per l’ossessione del dettaglio. Per il montaggio che taglia come una lama. Per le inquadrature che diventano ferite.
Poi sono arrivati altri vertici. The Handmaiden (2016) ha stregato i festival e ha vinto il BAFTA come miglior film in lingua non inglese nel 2018. Con Decision to Leave (2022) Park ha preso il premio per la miglior regia a Cannes. Ha spostato la macchina da presa un po’ più indietro. Ha lasciato entrare la nebbia, la colpa, l’ambiguità dell’amore. Niente tesi. Solo una regola: la verità non si mostra urlando.
Negli ultimi anni ha sorpreso anche in tv con The Sympathizer (2024). Una miniserie che gioca con identità e memoria. Che smonta e ricompone il volto dell’esilio. Un altro modo per dire la stessa cosa: la violenza non è un gesto, è un sistema.
Rabbia giovanile, cura adulta
All’inizio Park scagliava pietre. La sua “trilogia della vendetta” sembrava un pugno chiuso. Oggi quel pugno apre le dita. C’è la stessa forza, ma c’è anche più responsabilità. Lo si vede nel modo in cui tratta l’azione. Taglia il gore. Cerca il peso morale. Mostra la conseguenza. È una scelta politica e poetica. In tempi di rumore, lui sceglie il silenzio. Chiede attenzione. Chiede una coscienza.
E qui arriva il punto che tutti aspettano a metà sala. Park sta lavorando a un western. Non ci sono dettagli ufficiali completi. In passato il suo nome è stato accostato a “The Brigands of Rattlecreek”. Lo stato di quel progetto non è chiaro. Ma l’indizio è forte: l’idea di un western alla Leone lo tenta da anni. Paesaggi come corpi. Volti che parlano prima delle parole. Sergio Leone come stella polare, non come santino.
Un Western alla coreana
Che cosa significa, in pratica? Tempi dilatati, duelli asciutti, un melodramma nascosto nelle crepe. La musica come personaggio. Con ogni probabilità tornerà la collaborazione con Jo Yeong-wook, il compositore che ha scolpito i suoi film. Non è confermato, ma è coerente con la sua storia. Immagino campane lontane, un fischio spezzato, poi il dettaglio di una mano che trema. Park ama i rituali. Ama il montaggio che monta la tensione come una corda.
La domanda vera però è un’altra. Dopo la furia giovane e la cura adulta, che cosa metterà al centro? L’etica della violenza. La frontiera come specchio della nostra epoca. Meno sangue, più sguardi. Meno proclami, più scelte sbagliate che bruciano piano.
Lui dice di essere tornato da Cannes “un po’ disorientato”. Forse è il disorientamento giusto. Quello che ti fa cercare l’orizzonte. E allora viene facile immaginare la prima giornata di riprese: polvere, luce cruda, un vento che porta via le scuse. In quel silenzio, noi ci entreremo? O resteremo ancora una volta fuori, a contare i secondi prima dello sparo?