Bloccato su WhatsApp: quando si rischia una denuncia

Bloccato su WhatsApp, i casi dove una condotta sbagliata sui social può portare a guai giudiziari molto seri

Bloccato WhatsApp
Foto Facebook

Spesso tendiamo a dimenticare che con i nuovi strumenti di comunicazione che ci hanno dato una grande libertà, non possiamo fare e dire ciò che vogliamo. Se non si presta la dovuta attenzione, è anche possibile commettere dei reati.

Non sempre la politica riesce a stare al passo con i tempi e infatti negli ultimi anni, con i social che sono ormai alla portata di tutti, il legislatore ha colmato dei vuoti pre-esistenti. Anche la magistratura ha fatto il suo, emettendo condanne per reati commessi online, talvolta anche senza saperlo. Molti infatti pensano che protetti da uno schermo, possano ingiuriare o commettere altri reati con le parole.

La Cassazione si è anche pronunciato su uno dei reati più diffusi attraverso i mezzi di comunicazione: la molestia. La pena prevista dall’art. 660 c.p. prevede l’arresto fino a 6 mesi o con l’ammenda fino a euro 516: “chiunque in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo”.

Bloccato su WhatsApp, la sentenza

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La condotta illegale non ha limiti spaziali. Infatti esiste anche l’ipotesi della molestia telefonica. Ovviamente considerando le ultime novità tecnologiche, è limitato riferirsi alle molestie in questo caso intese solo proprio come telefonate.

Ci sono infatti anche i social network e le app di messaggistica istantanea. Non si può non considerare la sentenza della Corte di Cassazione, la numero 37974 del 22 ottobre 2021.

Il fatto

C’è un ricorso contro una sentenza del G.U.P. di Palermo dove un uomo era stato condannato per il reato di molestie ex art. 660 c.p. per aver inviato numerosi messaggi via WhatsApp ad un agente di Polizia Municipale.

Sono due gli aspetti da sottolineare. Il primo è che non ci si riferisce solo a telefonate ma anche a messaggi via app, la seconda è che chi riceveva questo tipo di comunicazioni, poteva bloccare il mittente e non ricevere più messaggi.

Per i giudici della Corte Costituzionale l’elemento rilevante è prima di tutto “l’invasività in sé del mezzo impiegato per raggiungere il destinatario“, e non la mera “possibilità per quest’ultimo di interrompere l’azione perturbatrice, già subita e avvertita come tale. In pratica, detto in altre parole: l’invio di messaggi tramite WhatsApp può essere considerato reato di molestie alla pari di una telefonata.

Il reato di molestie non ha natura necessariamente abituale. È sufficiente che vi sia anche una sola interferenza indesiderata che alteri fastidiosamente lo stato psicofisico o le abitudini quotidiane della persona considerata vittima, non la funzione blocca contatto.